QUANDO FARE IL PROPRIO DOVERE DIVENTA UN REATO.
Una storia vera di ordinaria ingiustizia italiana
Quella che state per leggere potrebbe sembrare una provocazione. È invece una storia vera, raccontata dai protagonisti e confermata da atti pubblici mai resi noti — forse per vergogna dell’Amministrazione più che dei diretti interessati.
I nomi sono di fantasia, ma i fatti sono reali, accaduti a pochi passi da noi. E potrebbero succedere — o sono già successi — in molte città Italiane. Quello che vi racconterò dimostra una cosa semplice e amara: essere onesti e fare bene il proprio dovere di cittadino non paga. Girarsi dall’altra parte conviene sempre.
Capitolo primo — La segnalazione
Siamo in una piccola città di periferia, di quelle dove tutti si conoscono, dove la criminalità non finisce spesso nei telegiornali, dove la gente vive serenamente. Ma dove, anche lì, l’immigrazione fa sentire il suo peso.
Giovanni abita in una via tranquilla dove non succede mai nulla. Da tempo nota, vicino a casa sua, un mezzo parcheggiato sempre nello stesso posto: sembra abbandonato. Come in ogni piccolo centro, Giovanni conosce alcuni amici che lavorano negli uffici del Commissariato di zona — con qualcuno di loro ha giocato da ragazzo, in quelle stesse strade.
Dato che non costa nulla, chiama Enrico, che lavora in uno degli uffici del commissariato, e gli segnala la situazione comunicandogli la targa del mezzo. Qui si chiude il primo capitolo.
Capitolo secondo — La verifica
Quello che vediamo è qualcosa di assolutamente normale: un cittadino modello comunica a un ufficiale della Polizia di Stato la presenza di un mezzo fermo da tempo, fornisce i dati principali, e l’ufficiale raccoglie la segnalazione.
Quello che accade nella realtà è esattamente questo: Enrico accede al proprio terminale e verifica la targa. Il mezzo risulta di proprietà di un signore incensurato, è assicurato, tutto sembra in regola. A questo punto la storia dovrebbe concludersi: la segnalazione è stata fatta per scrupolo, la targa verificata, non ci sono motivi per andare oltre.
Ma non è così.
Dopo diverso tempo, l’Amministrazione denuncia l’ufficiale Enrico per accesso non autorizzato al sistema informatico. Il motivo? L’ufficiale avrebbe dovuto redigere una relazione sull’accaduto. Peccato che nulla sia accaduto: c’è stata una segnalazione, senza alcun riscontro valido che giustificasse un intervento dell’Amministrazione. E basta.
Qui si chiude il capitolo secondo.
Capitolo terzo — Il concorso di colpa
Potreste pensare che l’ufficiale, avendo commesso un errore — quello di non redigere la relazione — sia in torto. E non possiamo dire che non sia vero, anche se appare tutto come uno spreco inutile di energie per un nonnulla: una segnalazione, una verifica, un nulla di fatto.
Ma c’è dell’altro. Anche Giovanni è stato denunciato, in concorso.
Capitolo quarto — L’assurdo
Giovanni riceve una notifica che lo accusa di concorso nell’accesso a dati non autorizzati, insieme a Enrico — pur essendo rimasto comodamente seduto a casa sua.
Qui mi permetto di ripetermi: passi per Enrico, che ha sbagliato a non redigere alcuna relazione. Ma Giovanni non ha mai effettuato alcun accesso ai dati di quel mezzo, né ha mai chiesto chi ne fosse il proprietario. Ha solo fornito una targa, chiedendo di verificare se il mezzo non fosse per caso rubato.
Sono certo che siano migliaia le persone che, in tutta Italia, hanno chiamato le Autorità per segnalare mezzi abbandonati, fornendo numeri di targa o di telaio. E sono altrettanto certo che la prassi non sia troppo diversa da quella descritta.
Capitolo quinto — Il prezzo della buona fede
Giovanni ed Enrico contattano i loro avvocati. I legali, studiata la situazione, presentano un preventivo di spesa per affrontare una causa contro l’Amministrazione pubblica: cifre da capogiro, senza alcuna certezza di uscirne vincitori.
La soluzione meno costosa? Patteggiare un anno di lavori socialmente utili per entrambi, più una spesa che si aggira intorno ai 16.000 euro. (La soluzione del processo richiedeva almeno 25.000 €. per giungere al primo passo in tribunale)
La vicenda si chiude così: con un patteggiamento e un conto salato, per aver fatto il proprio dovere — o quantomeno per essere stati in perfetta buona fede.
Cosa ci ha insegnato la Pubblica Amministrazione
Impariamo — o almeno così sembra vogliano farci capire — che troppo spesso cercare di essere persone oneste e pesare il meno possibile sulle scartoffie di un’amministrazione già in affanno non paga. Anzi, fa pagare, e caro.
Allora viene da chiedersi: perché rischiare? Perché prendersi sulle spalle il problema e il rischio di una segnalazione o di una denuncia, quando a farlo si diventa subito probabili colpevoli?
Come può Giovanni essere reo di accesso abusivo a dati privati, stando serenamente a casa sua? Come si può condannare un ufficiale della Polizia di Stato solo perché, verificando dei dati e non trovando riscontri, ha risparmiato relazioni inutili?
In sostanza: in Italia rischia chi ruba, ma rischia anche chi denuncia il furto.
La Giustizia: Primariamente, la Suprema Corte di Cassazione è intervenuta con riferimento al rapporto di lavoro pubblico (Cassazione Penale, Sezioni Unite, 8 settembre 2017 (ud. 18 maggio 2017), n. 41210), rilevando che:
Integra il delitto di accesso abusivo a sistema informatico la condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che, pur essendo abilitato e pur non violando le prescrizioni formali impartite dal titolare di un servizio informatico o telematico protetto per delimitarne l’accesso, acceda o si mantenga nel sistema per ragioni ontologicamente estranee e comunque diverse rispetto a quelle per le quali, soltanto, la facoltà di accesso gli è attribuita.
Pertanto si può ritenere che, con riferimento al rapporto di lavoro pubblico, la condotta del dipendente sia penalmente rilevante quando le finalità di accesso siano contrarie alle ragioni per le quali il gestore del sistema informatico abbia attribuito al sottoposto la facoltà di accesso. Nel caso di specie, i giudici avevano censurato la condotta del dipendente del Ministero della Giustizia che, sprovvisto di formale provvedimento autorizzativo, aveva rivelato ad un privato informazioni concernenti il proprio status di iscritto nel registro delle notizie di reato. Non è quindi solo penalmente rilevante l’accesso o il mantenimento del soggetto sprovvisto di password, ma anche del dipendente pubblico provvisto di password che vi accede eccedendo i limiti del conferimento della chiave di sicurezza.