{"id":241,"date":"2026-10-10T09:57:48","date_gmt":"2026-10-10T09:57:48","guid":{"rendered":"https:\/\/lnx.tiropratico.com\/blog\/?p=241"},"modified":"2026-10-10T10:23:15","modified_gmt":"2026-10-10T10:23:15","slug":"parola-dordine-farsi-sempre-gli-affari-propri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lnx.tiropratico.com\/blog\/2026\/10\/10\/parola-dordine-farsi-sempre-gli-affari-propri\/","title":{"rendered":"QUANDO FARE IL PROPRIO DOVERE DIVENTA UN REATO."},"content":{"rendered":"\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Una storia vera di ordinaria ingiustizia italiana<\/h3>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quella che state per leggere potrebbe sembrare una provocazione. \u00c8 invece una storia vera, raccontata dai protagonisti e confermata da atti pubblici mai resi noti \u2014 forse per vergogna dell&#8217;Amministrazione pi\u00f9 che dei diretti interessati.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I nomi sono di fantasia, ma i fatti sono reali, accaduti a pochi passi da noi. E potrebbero succedere \u2014 o sono gi\u00e0 successi \u2014 in molte citt\u00e0 Italiane. Quello che vi racconter\u00f2 dimostra una cosa semplice e amara: essere onesti e fare bene il proprio dovere di cittadino non paga. Girarsi dall&#8217;altra parte conviene sempre.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Capitolo primo \u2014 La segnalazione<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Siamo in una piccola citt\u00e0 di periferia, di quelle dove tutti si conoscono, dove la criminalit\u00e0 non finisce spesso nei telegiornali, dove la gente vive serenamente. Ma dove, anche l\u00ec, l&#8217;immigrazione fa sentire il suo peso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giovanni abita in una via tranquilla dove non succede mai nulla. Da tempo nota, vicino a casa sua, un mezzo parcheggiato sempre nello stesso posto: sembra abbandonato. Come in ogni piccolo centro, Giovanni conosce alcuni amici che lavorano negli uffici del Commissariato di zona \u2014 con qualcuno di loro ha giocato da ragazzo, in quelle stesse strade.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dato che non costa nulla, chiama Enrico, che lavora in uno degli uffici del commissariato, e gli segnala la situazione comunicandogli la targa del mezzo. Qui si chiude il primo capitolo.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Capitolo secondo \u2014 La verifica<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quello che vediamo \u00e8 qualcosa di assolutamente normale: un cittadino modello comunica a un ufficiale della Polizia di Stato la presenza di un mezzo fermo da tempo, fornisce i dati principali, e l&#8217;ufficiale raccoglie la segnalazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quello che accade nella realt\u00e0 \u00e8 esattamente questo: Enrico accede al proprio terminale e verifica la targa. Il mezzo risulta di propriet\u00e0 di un signore incensurato, \u00e8 assicurato, tutto sembra in regola. A questo punto la storia dovrebbe concludersi: la segnalazione \u00e8 stata fatta per scrupolo, la targa verificata, non ci sono motivi per andare oltre.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma non \u00e8 cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dopo diverso tempo, l&#8217;Amministrazione denuncia l&#8217;ufficiale Enrico per <strong>accesso non autorizzato al sistema informatico<\/strong>. Il motivo? L&#8217;ufficiale avrebbe dovuto redigere una relazione sull&#8217;accaduto. Peccato che nulla sia accaduto: c&#8217;\u00e8 stata una segnalazione, senza alcun riscontro valido che giustificasse un intervento dell&#8217;Amministrazione. E basta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Qui si chiude il capitolo secondo.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Capitolo terzo \u2014 Il concorso di colpa<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Potreste pensare che l&#8217;ufficiale, avendo commesso un errore \u2014 quello di non redigere la relazione \u2014 sia in torto. E non possiamo dire che non sia vero, anche se appare tutto come uno spreco inutile di energie per un nonnulla: una segnalazione, una verifica, un nulla di fatto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma c&#8217;\u00e8 dell&#8217;altro. Anche Giovanni \u00e8 stato denunciato, <strong>in concorso<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Capitolo quarto \u2014 L&#8217;assurdo<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giovanni riceve una notifica che lo accusa di concorso nell&#8217;accesso a dati non autorizzati, insieme a Enrico \u2014 pur essendo rimasto  comodamente seduto a casa sua.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Qui mi permetto di ripetermi: passi per Enrico, che ha sbagliato a non redigere alcuna relazione. Ma Giovanni non ha mai effettuato alcun accesso ai dati di quel mezzo, n\u00e9 ha mai chiesto chi ne fosse il proprietario. Ha solo fornito una targa, chiedendo di verificare se il mezzo non fosse per caso rubato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono certo che siano migliaia le persone che, in tutta Italia, hanno chiamato le Autorit\u00e0 per segnalare mezzi abbandonati, fornendo numeri di targa o di telaio. E sono altrettanto certo che la prassi non sia troppo diversa da quella descritta.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Capitolo quinto \u2014 Il prezzo della buona fede<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giovanni ed Enrico contattano i loro avvocati. I legali, studiata la situazione, presentano un preventivo di spesa per affrontare una causa contro l&#8217;Amministrazione pubblica: cifre da capogiro, senza alcuna certezza di uscirne vincitori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La soluzione meno costosa? <strong>Patteggiare un anno di lavori socialmente utili per entrambi<\/strong>, pi\u00f9 una spesa che si aggira intorno ai 16.000 euro. (La soluzione del processo richiedeva almeno 25.000 \u20ac. per giungere al primo passo in tribunale)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La vicenda si chiude cos\u00ec: con un patteggiamento e un conto salato, per aver fatto il proprio dovere \u2014 o quantomeno per essere stati in perfetta buona fede.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Cosa ci ha insegnato la Pubblica Amministrazione<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Impariamo \u2014 o almeno cos\u00ec sembra vogliano farci capire \u2014 che troppo spesso cercare di essere persone oneste e pesare il meno possibile sulle scartoffie di un&#8217;amministrazione gi\u00e0 in affanno non paga. Anzi, fa pagare, e caro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Allora viene da chiedersi: perch\u00e9 rischiare? Perch\u00e9 prendersi sulle spalle il problema e il rischio di una segnalazione o di una denuncia, quando a farlo si diventa subito probabili colpevoli?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come pu\u00f2 Giovanni essere reo di accesso abusivo a dati privati, stando serenamente a casa sua? Come si pu\u00f2 condannare un ufficiale della Polizia di Stato solo perch\u00e9, verificando dei dati e non trovando riscontri, ha risparmiato relazioni inutili?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In sostanza: in Italia rischia chi ruba, ma rischia anche chi denuncia il furto.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La Giustizia: Primariamente, la Suprema Corte di Cassazione \u00e8 intervenuta con riferimento al rapporto di lavoro pubblico (<strong>Cassazione Penale, Sezioni Unite, 8 settembre 2017 (ud. 18 maggio 2017), n. 41210),&nbsp;<\/strong>rilevando che:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Integra il delitto di accesso abusivo a sistema informatico la condotta del pubblico ufficiale o dell\u2019incaricato di pubblico servizio che,&nbsp;<strong>pur essendo abilitato<\/strong>&nbsp;e pur&nbsp;<strong>non violando le prescrizioni formali impartite dal titolare<\/strong>&nbsp;di un servizio informatico o telematico protetto per delimitarne l\u2019accesso,&nbsp;<strong>acceda o si mantenga nel sistema per ragioni ontologicamente estranee<\/strong>&nbsp;e comunque diverse rispetto a quelle per le quali, soltanto, la facolt\u00e0 di accesso gli \u00e8 attribuita<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pertanto si pu\u00f2 ritenere che, con riferimento al rapporto di<strong>&nbsp;lavoro pubblico<\/strong>, la condotta del dipendente sia&nbsp;<strong>penalmente rilevante quando le finalit\u00e0 di accesso siano contrarie alle ragioni per le quali il gestore del sistema informatico abbia attribuito al sottoposto la facolt\u00e0 di accesso<\/strong>. Nel caso di specie, i giudici avevano censurato la condotta del dipendente del Ministero della Giustizia che, sprovvisto di formale provvedimento autorizzativo, aveva rivelato ad un privato informazioni concernenti il proprio status di iscritto nel registro delle notizie di reato. Non \u00e8 quindi solo penalmente rilevante l\u2019accesso o il mantenimento del soggetto sprovvisto di password, ma anche del&nbsp;<strong>dipendente pubblico provvisto di password che vi accede eccedendo i limiti del conferimento della chiave di sicurezza.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una storia vera di ordinaria ingiustizia italiana Quella che state per leggere potrebbe sembrare una provocazione. \u00c8 invece una storia vera, raccontata dai protagonisti e confermata da atti pubblici mai resi noti \u2014 forse per vergogna dell&#8217;Amministrazione pi\u00f9 che dei diretti interessati. 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