SICUREZZA SI, MA SOLO A PAROLE

SICUREZZA SI, MA SOLO A PAROLE

10 Febbraio 2026 0 Di Bruno S.

Ricordate Ramy Elgaml, morto nell’incidente che ebbero durante un inseguimento con i carabinieri ?
Fares Bouzidi era il 23enne che guidava lo scooter. Bene domenica 8 febbraio è stato arrestato; una volante lo ha bloccato a Milano insieme a un complice di 24 anni mentre alle 23:12 in via Pirandello, nella zona di Citylife, stavano rubando una moto di grossa cilindrata.

Roma: Mohammed Miraoui è accusato di altre due aggressioni: due ragazze di 19 anni, prese a schiaffi dal 22enne tunisino il 17 e il 31 gennaio scorso. Non si conosce il suo vero nome, Tunisino, aveva già aggredito sei volte ma solo ora qualcuno si accorge che c’è un folle che potrebbe uccidere, libero di farlo.

Celeste Rita Palmieri (2025): Madre di cinque figli, è stata uccisa dal marito, nei confronti del quale era stato già attivato un divieto di avvicinamento, evidenziando l’inefficacia delle misure in quel contesto specifico. Nei primi mesi del 2025, nonostante un calo generale dei femminicidi, sono stati comunque contati decine di casi in cui i partner o ex partner, talvolta già segnalati, hanno ucciso. Molti di questi femminicidi avvengono da parte di uomini che hanno violato, o trovato il modo di aggirare, il divieto di avvicinamento o l’allontanamento dalla casa familiare. Nel 2024 sono state 98 le donne uccise, di cui 51 ammazzate da partner o ex.

L’efficacia del “codice rosso” e delle misure di protezione cautelare (braccialetti elettronici, divieti di avvicinamento) in questo Paese funzionano come i treni, o arrivano tardi o non arrivano per nulla. Ci si chiede ora: “ma quanti folli, stranieri, sconosciuti, senza documenti, circolano liberi per le strade delle nostre città ? Quanti di loro potrebbero colpire e uccidere ?
Al 1° gennaio 2023, la Fondazione ISMU stimava la presenza in Italia di circa 458.000 cittadini stranieri con posizione irregolare. Alcune analisi indicano una sproporzione nella rappresentazione degli stranieri irregolari nei reati rispetto alla loro incidenza sulla popolazione totale. I dati 2024 citati in discussioni politiche indicano che il 26% dei denunciati/arrestati è rappresentato da persone senza un regolare permesso di soggiorno (irregolari), con picchi maggiori in specifiche province. Le statistiche sugli arresti per furti, scippi e rapine mostrano che la percentuale di stranieri (sia regolari che irregolari) è alta in proporzione alla popolazione italiana, con alcune fonti che riportano come oltre sei arrestati su dieci siano di origine straniera. Tra i soggetti non identificati o senza fissa dimora, talvolta si riscontrano situazioni di disagio psichico o sociale che, in contesti urbani, possono generare percezione di insicurezza o episodi di violenza, spesso enfatizzati dai media e dalle cronache locali, la difficoltà, legata a procedure burocratiche, giudiziarie o assenza di accordi internazionali, di espellere rapidamente gli irregolari che si rendono responsabili di reati, lasciando spesso soggetti pericolosi liberi sul territorio. 

Insomma la sicurezza è sulla bocca di tutti ma non la si vede per le strade anzi, la sicurezza più infiamma politica e talk show più viene meno nelle città. Secondo l’Indice della Criminalità 2025 del Sole 24 Ore, le grandi metropoli restano le più esposte. Milano, Firenze e Roma guidano la classifica per numero di denunce ogni 100.000 abitanti, con una particolare incidenza di furti e reati di strada. Esiste un “circolo vizioso” dove la domanda di sicurezza alimentata dal dibattito politico spesso spinge verso soluzioni repressive che non sempre risolvono il degrado sociale alla radice. Per oltre la metà dei cittadini, la sicurezza urbana è percepita come in calo, nonostante i dati Istat mostrino una relativa stabilità o leggere oscillazioni in alcuni tipi di reato, come i borseggi (passati da 5,0 a 5,1 ogni 1.000 abitanti). Una critica ricorrente nel dibattito politico riguarda i tagli ai trasferimenti agli enti locali (oltre un miliardo di euro sottratto a investimenti sociali e infrastrutture), che avrebbero indebolito la prevenzione e il controllo nelle periferie. Ma mentre il Decreto Sicurezza 2026 punta sulla deterrenza e su pene più severe (come per chi fugge ai posti di blocco), le amministrazioni locali spingono per un modello di “Sicurezza Integrata” che combini controllo tecnologico, presenza fisica e recupero del tessuto sociale dei quartieri; in mezzo i cittadini devono difendersi da assalti e aggressioni da soli, con il rischio di passare dall’essere aggredito a essere accusato di aggressione.

Questo è un gap temporale tra la teoria delle riforme e la realtà del marciapiede. Mentre la politica parla di “sicurezza integrata”, il cittadino si scontra con il concetto di legittima difesa, un terreno giuridico scivoloso dove il rischio di finire sotto inchiesta è altissimo. Anche con la riforma della legittima difesa (Legge 36/2019), che ha cercato di rafforzare il principio della “difesa sempre legittima” in casa o in negozio, permane il rischio del reato di eccesso colposo in legittima difesa (Art. 55 c.p.). Se la reazione è considerata sproporzionata dal magistrato, la vittima diventa indagato. Il paradosso è che lo Stato detiene il monopolio della forza, ma se non arriva in tempo (la cosiddetta “presenza fisica” che spesso manca), il cittadino che interviene si trova in una sorta di limbo legale. Senza una scriminante chiara e immediata, la difesa proattiva viene spesso letta come “giustizia privata”, punita severamente. Oltre al trauma dell’aggressione, chi si difende deve affrontare spese legali enormi per dimostrare la propria innocenza. Questo crea una percezione di abbandono istituzionale: il cittadino si sente vittima due volte, prima dell’aggressore e poi della burocrazia giudiziaria.

In pratica, la “sicurezza integrata” resta una promessa a lungo termine, ma nell’immediato il cittadino percepisce che la legge tuteli più il protocollo processuale che l’incolumità di chi subisce l’assalto.

Ma c’è di peggio: il problema principale per la sicurezza urbana riguarda i soggetti non censiti. Senza documenti, l’efficacia delle misure cautelari è ridotta: spesso, dopo un fermo per aggressione o molestie, il soggetto viene rilasciato con un ordine di allontanamento (il cosiddetto “foglio di via”) che resta inosservato, alimentando il senso di impunità.
Per una donna che subisce un’aggressione in strada, la difesa è ancora più complessa rispetto a quella domestica. Mentre in casa la legge 36/2019 sulla Legittima Difesa presume la proporzionalità, per strada il magistrato valuta rigorosamente se la reazione sia stata l’unica via di fuga possibile. Il rischio di essere indagati per lesioni o eccesso colposo se si usa, ad esempio, uno spray al peperoncino non a norma o un oggetto contundente, è una realtà giuridica concreta. Questa situazione alimenta la rabbia sociale perché la vittima percepisce che, mentre l’aggressore è “invisibile” per lo Stato (non ha nulla da perdere), lei è perfettamente “visibile” e perseguibile se commette un errore nel difendersi.

Il problema degli irregolari violenti è il “buco nero” del sistema: se una persona non esiste per l’anagrafe, non ha nulla da perdere e le sanzioni amministrative (come l’espulsione su carta) sono totalmente inefficaci. Affrontare la questione degli immigrati senza documenti in modo efficace e rispettoso dei diritti umani è una sfida complessa che coinvolge diverse strategie a livello nazionale e internazionale. Ecco che essere nell’UE non aiuta certo a risolvere il problema ma lo accentua e lo peggiora. Un aspetto fondamentale è rafforzare i sistemi di gestione delle frontiere e i processi di identificazione per comprendere chi entra nel paese e valutare le singole situazioni. È anche cruciale promuovere percorsi legali per la migrazione, che possono contribuire a ridurre il numero di persone in situazioni irregolari e facilitare l’integrazione. Per coloro che si trovano già in una situazione irregolare, è importante considerare soluzioni che rispettino i diritti umani e le leggi nazionali e internazionali. Questo può includere la valutazione di richieste di asilo o altre forme di protezione, o la facilitazione di rimpatri volontari e sicuri in accordo con i paesi di origine. La collaborazione internazionale è essenziale per affrontare le cause profonde della migrazione irregolare e per gestire i flussi migratori in modo ordinato e sicuro, la difficoltà è trattare con Paesi che sono felici della fuga di molti dei loro concittadini ma non amano che questi ritornino al loro Paese. La soluzione non è nemmeno all’orizzonte. Le frontiere aperte sono come se i cittadini lasciassero la chiave alla porta e poi si lamentassero che sono entrati i ladri. Questa metafora descrive perfettamente il sentimento di insicurezza e frustrazione di molti cittadini: l’idea che uno Stato che non controlla chi entra non possa poi garantire la sicurezza di chi sta dentro. Se la funzione primaria di uno Stato è la protezione dei propri cittadini, la mancanza di un filtro efficace alla frontiera viene percepita come un venir meno al “contratto sociale”. Il cittadino sente di pagare le tasse per una protezione che, nel momento del bisogno (l’aggressione in strada), non arriva. Chi entra senza documenti si muove in un sistema parallelo dove le leggi civili e penali hanno poca presa (niente fissa dimora, niente patrimonio sequestrabile, identità multiple). Al contrario, il cittadino è “iper-tracciato” e, come dicevi prima, rischia conseguenze pesantissime se prova a difendersi. È questa disparità che genera rabbia.

La metaforica “chiave nella porta” è anche diplomatica. Molti stranieri senza documenti non possono essere espulsi perché i paesi d’origine non firmano gli accordi di riammissione. Il risultato è che chi commette reati resta sul territorio, spesso gravitando intorno a stazioni e periferie, alimentando il ciclo di degrado che vediamo nei talk show. Ma quando la percezione di ingiustizia supera la soglia di tolleranza, la rabbia smette di essere un post sui social o un dibattito da talk show e si trasforma in conflitto sociale o, peggio, in giustizia privata. Le tensioni sociali possono portare a proteste e scontri, soprattutto quando si percepisce una mancanza di equità o di risposta adeguata da parte delle istituzioni. Questa situazione può manifestarsi in diversi modi, dalla mobilitazione popolare a forme più dirette di confronto. In questo scenario, sia le amministrazioni locali (Sindaci e Prefetti) che le scelte a livello europeo (come quelle relative ai confini e ai rimpatri) possono influenzare la situazione, anche se il loro peso specifico può variare a seconda del contesto e delle circostanze.

In un Paese come l’Italia in cui le entrate finali previste per il 2026 ammontano a circa 737 miliardi di euro ma le uscite totali superano i 900 miliardi di euro, con una netta distinzione tra spesa per servizi e interessi sul debito, l’aspetto sicurezza e le spese relative passano sicuramente su un piano meno importante. I tagli sono d’obbligo, l’Italia è già sull’orlo del baratro e deve affrontare tagli alle spese su tutti i livelli, uno dei quali la sicurezza.

Gli Italiani intanto subiscono.